Maria Maddalena di Raffaello Sanzio: un capolavoronell’ombra di una copia?
La Pasqua riporta al centro Santa Maria Maddalena, apostoladegli apostoli, in un’opera oggi attribuita a Raffaello. Ricomparsa in Inghilterra in occasione di una vendita, doveera stata erroneamente datata a causa di una parchettatura cheoccultava il pannello originale, assottigliato fino a soli 3 mm, l’opera ha rimesso in discussione l’esistenza di una versionegemella conservata alla Galleria Palatina, tradizionalmenteattribuita al Perugino.
Per secoli, i dipinti conservati nei musei sono stati percepiticome verità silenziose: un nome autorevole, una sala prestigiosa, e ogni dubbio sembra svanire. Eppure, dietromolte attribuzioni antiche si cela talvolta una realtà più ambigua: copie, opere di bottega, errori di catalogazione o attribuzioni reiterate senza un reale riesame.
Una pubblicazione scientifica rievoca una pagina dimenticatadella storia. Il dr. Fortunati, studioso di documenti antichi, ha individuato negli archivi del duca di Urbino una Maddalena di Raffaello. L’opera scompare poi dagli inventari successivi alla morte di Francesco Maria II. Tuttavia, una copia del dipintocompare nell’inventario delle opere destinate a Firenze. Questo elemento contribuisce a chiarire le incertezze storicheche circondano la versione della Galleria Palatina, la cuiattribuzione ha a lungo oscillato tra Perugino, Raffaello, Leonardo, Francia e Franciabigio, proprio per l’assenza di riscontri documentari certi. Nulla, infatti, attesta l’esistenza di una Maddalena del Perugino negli archivi.
Già nel XIX secolo alcuni eruditi avevano espresso dubbisull’opera della Palatina, rilevando una certa debolezzaesecutiva e un’iconografia dai toni sensuali e terreni, ben lontana dalla pietà codificata del Perugino. Se il dipinto è rimasto attribuito al pittore nonostante tali riserve, è anche perché il volto raffigurato è stato talvolta accostato a ChiaraFancelli, moglie del maestro, figura alla quale si sarebbeispirato, a sua volta, anche Raffaello.
Oggi le indagini scientifiche permettono di osservaredirettamente il processo creativo. Nella versione inglese, le analisi all’infrarosso rivelano un disegno preparatorio insiemea diversi pentimenti: una ciocca di capelli inizialmenteabbozzata presso la spalla destra e poi abbandonata, lievicorrezioni nella forma degli occhi e dell’arcata sopracciliare, nonché ulteriori capelli, successivamente assorbiti nelle ombre della stesura finale. Inoltre, l’insieme degli strati pittorici non supera il millimetro di spessore, segno di una grande padronanza tecnica e di una notevole finezza esecutiva, come ha sottolineato la restauratrice e storica d’arte, Nathalie Nolde. Al contrario, la versione conservata alla Palatina non mostrané pentimenti né disegno preparatorio, elementi spessoassociati a un’opera originale; anche gli esami rivelano unastesura meno sottile.
Nella storia dell’arte, una copia non si distingue sempre per una minore bellezza, ma spesso per una minore intelligenzaesecutiva. Là dove l’originale elabora, la copia tende a semplificare. Un dettaglio sottile sembra andare in questadirezione. Nella versione riscoperta, il velo visibile all’altezzadel busto si prolunga fino al polso; nella versione fiorentina, invece, la sua assenza, sostituita da una stesura scura e indistinta, finisce per dare quasi l’impressione che la mano si stacchi dal corpo, rivelando così una certa incoerenzamateriale. Anche nel trattamento della mano la pennellata è troppo visibile, in contrasto con la tecnica rinascimentale. Per un occhio non esperto questo dettaglio può sembraresecondario; per uno specialista, al contrario, può risultaredecisivo per distinguere un originale da una copia. A ciò si aggiunge un’altra anomalia: l’iscrizione sul busto, « S. Maria Madalena », è formulata in volgare, laddove ci si aspetterebbepiù naturalmente, in un simile contesto, una formulazionelatina, maggiormente coerente con la cultura visiva colta delRinascimento.
Nel XVII secolo, numerose opere di grandi maestri lasciaronol’Italia per entrare nelle collezioni inglesi. Non è raro cheun’opera autentica riemerga in una collezione privata dopoessere rimasta a lungo nell’ombra di una copia conservata in museo e accolta come originale, mettendo in discussionecertezze consolidate e ricordando che, nella storia dell’arte, nessun giudizio può sostituirsi all’esame diretto dell’opera.L’arte resta un campo vivo, ancora capace di rivelare l’inattesoe di meravigliarci.
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